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Caution: Alto rischio di infiammabilità


E alla fine arrivò il quarto esonero in poco più di 20 mesi; dice bene chi definisce quel fatidico 22 maggio come una data spartiacque, nel bene e – duole dirlo – nel male, della storia nerazzurra più recente.

A Ranieri questa volta non è bastato l’ennesimo sorrisino post-sconfitta (la dodicesima in campionato, diciassettesima nell’intera stagione), non è bastato il ritornello sentito e risentito secondo il quale “la squadra si allena bene in campo, paga la solita disattenzione, ma costruisce sempre azioni da gol”. Laddove nulla hanno potuto le disfatte subite contro Lecce, Roma, Novara, Bologna, Napoli e Marsiglia, è riuscito il match contro la Juventus, quello che, tutto sommato, aveva fatto vedere una delle migliori Inter (per quanto possibile) della stagione, dura a morire, ben organizzata, attenta a non prenderle e dalle ripartenze tanto facili quanto velenose. Ripercorrere ancora una volta le “empietà” commesse dall’ormai ex tecnico nerazzurro in sede di sostituzioni può servire soltanto a fare comprendere quanto poco, in 6 mesi di permanenza, abbia avuto la capacità di leggere le partite, quanto poco sia stato coraggioso nel puntare su giovani dalla grinta, corsa e temperamento invidiabili e quanto sia stato viceversa fin troppo generoso nell’affidare le chiavi di una macchina dal motore ormai logoro a “chauffeurs” pronti per la pensione.

Ci è stato detto (giusto per fare uno dei molteplici esempi che potremmo citare) che il problema della squadra era quell’apparentemente innocuo “1” del 4-3-1-2, rispondente al nome di Wesley Sneijder: l’olandese, ritratto da discutibili media quasi come un crapulone di petroniana memoria alle prese con fumo, alcol e chissà quali altri malefici e demoniaci vizi, è stato per lungo tempo sacrificato sull’altare di questa stagione così opaca e grigia. Senza di lui, l’Inter è stata capace di infilare una serie ammirevole di vittorie consecutive; con lui in campo sono comparsi gravi e irrisolvibili problemi.
Eppure, a ben pensarci, il Genio di Utrecht è assente per infortunio – l’ennesimo della stagione – dalla sciagurata partita casalinga di Champions contro il Marsiglia: i maligni che si aspettavano una repentina rinascita legata all’assenza di Wes saranno rimasti delusi.

Ma, d’altronde, lo sappiamo: all’insorgere delle prime difficoltà, in casa Inter si deve sempre trovare IL colpevole, il capro espiatorio, chi faccia da scudo alla pioggia di critiche. A un’analisi più profonda, risulta subito chiaro a chi possa essere attribuita la maggiore responsabilità di questo “status quo”, di questo modo di agire, di pensare, di (non) intervenire: quante volte, dopo le 17 scoppole rimediate, si è potuto ammirare una presa di posizione della società nerazzurra? Quante volte un dirigente interista ha avuto il buon senso di presentarsi in sala stampa a fare pubblica ammenda, a chiedere scusa ai milioni di sostenitori puntualmente delusi, partita dopo partita, dalle magre figure rimediate?  La triste risposta è sulla bocca di tutti; la memoria richiama immagini di giocatori come Zanetti, Pazzini, più spesso il giovane Poli, a “metterci la faccia”, per usare un’espressione tanto cara ai giorni nostri.

E dalla gioventù davanti ai microfoni alla gioventù in panchina il passo è breve: la chiamata alle armi di Andrea Stramaccioni, condottiero fresco di NGS alla guida della mirabile Primavera nerazzurra, ha un che di affascinante ma al tempo stesso di inquietante: sarà in grado, questo tecnico di 3 anni più giovane del Capitano, di tenere le redini di un gruppo di giocatori così particolare e spesse volte turbolento? Quanto di lungimirante c’è in una scelta del genere? Quanto di sprovveduto? Tanti e tali interrogativi non conoscono risposta e difficilmente la conosceranno prima della fine della stagione.

Adesso tocca ad Andrea Stramaccioni dimostrare il proprio valore e la propria tempra in una sfida che non vorremmo fosse più grande di lui; e, augurando le migliori fortune al nuovo tecnico nerazzurro, ci sentiamo un po’ come la Sibilla Cumana quando, rivolgendosi a Enea pronto a recarsi nell’ aldilà, affermò: “Ora c’è bisogno di coraggio, ora c’è bisogno di un petto ben saldo”.

Scritto da il mar 27 2012 . Registrato sotto Agorà, News, Rubriche .

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