I fenomeni nerazzurri sbarcati a Milanello
All’indomani del Sulley Muntari Show, sulle pagine dei quotidiani sportivi è stato tutto un susseguirsi di deliri e osanna. A chi? Ovviamente alla squadra dell’amore che fa resuscitare i morti. Che ha il potere di trasformare i brocchi in campioni e via dicendo.
In questo clima di festa, per un ex nerazzurro che appena indossato la maglia rossonera fa subito gol, non potevano di certo mancare gli accostamenti con il passato. Cioè ai mitici scambi con l’Inter che hanno visto sbarcare a Milanello Andrea Pirlo e Clarence Seedorf.
In questo prevedibile amarcord si sono buttati a capofitto Il Giornale, qual è la sorpresa direte voi, e La Gazzetta dello Sport.
Il quotidiano rosa ha intitolato uno dei suoi peana di quel giorno “Se gli ex interisti in rossonero fanno i fenomeni“, facendo subito intuire la direzione che avrebbe preso il pezzo. Oltre a scambiare subito il ghanese ex Inter per fenomeno. Potere della maglia (e dei media).
Le operazioni di mercato riguardanti Pirlo e Seedorf sono ormai divenute celebri sia per quello che hanno fatto i due calciatori (loro si fenomeni) con la maglia del Milan, sia per la scarsa lungimiranza dei dirigenti nerazzurri in un periodo non proprio esaltante per i nostri colori.
Non tanto per l’olandese, autore comunque di ottime prestazioni, ma più per Pirlo; che negli anni a venire si sarebbe confermato uno dei pilastri inavomibili dei successi del Milan di Ancelotti.
Tolti questi due campioni, il Milan dalla sponda nerazzurra non ha ricevuto più nessun “fenomeno”.
Per dovere di cronaca l’articolo in questione riporta anche il pacco Amantino Mancini rifilato dai nerazzurri ai cugini nel 2010, che evidentemente ad ogni sessione di mercato hanno l’ossessione di comprare qualcosa che sia appartenuta all’Inter. Devono per forza averne uno. Anche scarso, ma basta che provenga da Appiano Gentile. Nell’illusione probabile che siano tutti Pirlo e Seedorf.
I giocatori passati dall’Inter al Milan o viceversa sono tanti, tantissimi. Si parte da Meazza, passando per Ganz e finendo appunto con Muntari. Però alcuni non vengono ricordati con la stessa frequenza con la quale vengono ricordati Andrea Pirlo e Clarence Seedorf. Forse a qualcuno non piace che vengano ricordati.
Bobo Vieri è uno di questi.
Appesantito, fuori forma e senza più ambizioni, forse con il pensiero che in nerazzurro non avrebbe vinto nulla di importante, il 5 luglio 2005, pochi giorni dopo aver risolto il contratto che lo legava all’Inter, firma un contratto biennale con il Milan, fino al giugno 2007.
Dopo aver segnato appena un gol in campionato e uno in Coppa Italia lascia il Milan dopo solo mezza stagione in rossonero. Ma questo l’altro ieri non l’ha scritto nessuno all’interno delle celebrazioni a Muntari.
L’altro “fenomeno” che viene corteggiato dal Milan quando ha ancora la casacca nerazzurra addosso è Giuseppe Favalli, ex terzino sinistro.
Favalli nell’estate del 2004 si trasferisce in nerazzurro a parametro zero firmando un contratto biennale con la squadra guidata dal suo ex compagno Roberto Mancini, che già lo aveva allenato alla Lazio. Con i nerazzurri vince due Coppe Italia, conquistandole così per tre volte consecutive. Ma nel 2006, proprio quando i nerazzurri si preparano a vincere tutto negli anni a venire, Favalli passa in rossonero e ci resta fino al 2010, l’anno del Triplete nerazzurro. Ma anche questo si sono dimenticati di scriverlo.
Come si sono dimenticati di riportare la vicenda che ha visto Leonardo, bandiera rossonera, passare lo scorso anno dal Milan all’Inter in veste di allenatore. Passaggio suggellato a fine stagione con la conquista del suo primo (e forse anche ultimo) trofeo da tecnico di un club, la Coppa Italia. Impresa che non potè purtroppo realizzare nel magico mondo fatato di Milanello, dove al termine della stagione precedente venne cacciato a pedate dal presidente Berlusconi.
Ovviamente niente di tutto questo è stato e verrà mai menzionato sui giornali quando ci riparleranno ancora, per l’ennesima volta, di quel famoso cambio di maglia di Pirlo e Seedorf. Fisso nella loro piccola e squallida memoria.
Ma la memoria dei giornalisti che fanno parte di un certo ambiente si sa com’è. Ricordano solo quello che vogliono ricordare.
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