Inter-Arsenal 1-5, vendetta inglese al Meazza
Al triplice fischio del direttore di gara, il tedesco Stark, gli increduli tifosi nerazzurri non sapevano ancora che la debacle subita contro l’Arsenal dalla loro squadra del cuore, tra le mura amiche, sarebbe stata replicata sette anni e mezzo più tardi.
In quella fredda notte di fine novembre del 2003 si consumò a San Siro una delle più cocenti sconfitte dell’Inter targata Moratti.
Solo due mesi prima, i nerazzurri guidati da Hector Cuper, dotati dei nuovi interpreti espressamente richiesti dall’Hombre vertical, espugnava l’Highbury di Londra schiantando un Arsenal sino ad allora quasi imbattibile tra le mura amiche con un memorabile 3-0 frutto anche della prestazione straordinaria – tra glia altri – di Andy Van der Meyde, la cui esultanza in terra inglese rimane ancora impressa nell’album dei ricordi nerazzurro.
Dalla gara d’esordio in un girone Champions decisamente non impossibile, all’imbarcata presa al San Siro contro Henry and friends, cambiarono tante cose.
Innanzi tutto lo spirito.
La stagione precedente a quella in questione si concluse con i cugini rossoneri festanti in quel dell’Old Trafford con la Coppa dalle Grandi Orecchie nuovamente alzata al cielo da una squadra italiana, dopo il digiuno che durava dal 1996.
A lasciare il pass per la vittoria al Milan fu la Juventus, ma prima ancora furono proprio i nerazzurri ad alzare bandiera bianca dopo il doppio pareggio delle semifinali.
La voglia di riscatto era tanta e l’inizio della stagione lanciò ottimi segnali a Moratti e al suo entourage. Non solo la vittoria a Londra contro l’Arsenal ma anche il buon inizio di campionato e la conferma in Champions con i tre punti conquistati contro la Dinamo Kiev nella seconda giornata del girone. Un avvio di stagione che portò i nerazzurri a caricarsi di aspettative e di buoni propositi.
L’entusiasmo alimentato dalle ottime prestazione della terza Inter di Cuper fu clamorosamente troncato dalla sconfitta rimediata nel primo derby stagionale nel quale l’Inter cedette il passo ai rossoneri perdendo per 3-1.
Fu l’inizio della fine. Il pari esterno rimediato al Rigamonti di Brescia solo una settimana dopo la disfatta “stracittadina” costò il posto all’allenatore argentino.
In campionato il cambio in panchina diede una scossa perché dopo il successivo 0-0 contro la Roma, arrivarono sei vittorie consecutive, serie poi interrotta dalla sconfitta contro la Lazio rimediata alla vigilia delle vacanze natalizie.
Alla fine i nerazzurri arrivarono in quarta posizione e dovettero assistere ad un altro finale di stagione tutto rossonero, con i dirimpettai milanesi che dopo l’affermazione europea della stagione precedente, riuscirono ad imporsi in ambito nazionale vincendo Scudetto e Coppa Italia.
Ma i rimpianti più grossi della stagione 2003/2004 non riguardarono l’ambito nazionale ma quello che invece concerneva un tabù che solo un guru portoghese sarebbe riuscito nell’impresa di sfatare: la Champions League.
Eravamo rimasti alle due vittorie su due partite giocate in Europa: se non era qualificazione certa, poco ci mancava. In effetti le cose non andarono nella maniera auspicata dai tifosi e – soprattutto – da Moratti che, affidando la panchina momentaneamente a Verdelli, buttò all’aria la trasferta moscovita contro il Lokomotiv.
Zaccheroni, che traghetterà la zattera nerazzurra fino all’arrivo del Mancio nazionale, non esordì in maniera del tutto convincente: dopo lo 0-3 in terra russa di qualche settimana prima, l’Inter non andò oltre all’1-1 tra le mura amiche.
Sei punti contro Arsenal (in trasferta) e Dinamo Kiev, un punto in due partite contro i russi della Lokomotiv Mosca. Il bilancio non faceva ben sperare.
Nonostante ciò, alla vigilia del big match contro l’Arsenal, i nerazzurri si trovavano ancora in vantaggio sugli inglesi, sopravanzandoli di tre punti in classifica ed essendo in una situazione decisamente favorevole in considerazione della grande vittoria dell’andata.
Perdendo 5-1 in casa contro un redivivo Arsenal, l’Inter riuscì a buttare alle ortiche il tesoretto accumulato sotto la gestione Cuper.
Gli inglesi, capaci di totalizzare un solo punto nelle prime tre partite del girone, arrivarono al decisivo scontro del Meazza reduci dalla prima vittoria, ottenuta contro la Dinamo Kiev.
A Wenger serviva una vittoria. Arrivò un trionfo.
Da subito i Gunners fecero capire ai nerazzurri che la partita dell’andata necessitava di vendetta e l’azione che sbloccò il risultato espresse il concetto in maniera decisamente chiara. Fu musica per le orecchie degli amanti del bel calcio quella scaturita dall’azione del 1-0 degli inglesi: Ashley Cole che scarica dalla sinistra su Pires, il francese che dialoga col terzino inglese che poi, scambiando di prima, favorisce la conclusione precisa e perentoria di Henry. Un gol splendido.
Ci sarebbero stati gli estremi per perdere la testa e sventolare subito bandiera bianca ma le cose andarono diversamente visto che l’Inter chiuse il primo tempo in parità grazie ad un triste Vieri, in gol grazie ad una deviazione sporca di un difensore dei Gunners.
Ma quando le cose non devono andare lo si capisce facilmente e la disattenzione che aprì la seconda frazione di gioco ne fu una chiara testimonianza. Fallo laterale, stop sbagliato da un centrocampista nerazzurro e Fredrik Ljungberg in rete per il nuovo vantaggio inglese.
Nonostante il clamoroso infortunio, il 3-4-3 del Zac continuò ad offrire ai tifosi delle speranze di rimonta ma il secondo gol di Henry siglato in contropiede all’84′ spense ogni velleità interista. Edu e Pires approfittarono dello stato confusionale della squadra meneghina ed infierirono sulla vittima, sferrando gli ultimi colpi letali ad un avversario ormai senza capacità di reazione.
Nonostante il clamoroso scivolone interno l’Inter avrebbe ancora avuto l’opportunità di passare il turno: sarebbe bastata una vittoria a Kiev ma per quell’Inter la storia era già stata scritta.
Il Zac uscì dalla Champions senza approdare agli ottavi e senza vincere neanche un match. Arsenal e Lokomotiv passarono alla fase successiva ma non percorsero un cammino lungo e vincente nella competizione stessa.
Un’edizione di Champions atipica che vide tra le quattro semifinaliste squadre del calibro di Deportivo La Coruna (giustiziere crudele dei campioni in carica del Milan), la sorpresa assoluta del Monaco, il Chelsea non ancora straricco di Abramovich e il Porto guidato da un emergente Mourinho. Insomma, una Champions alquanto bizzarra.
L’Inter proseguì il suo cammino europeo in Coppa Uefa ma dopo aver fatto fuori Sochaux e Benfica, non riuscì a superare l’ostacolo Drogba e salutò anzitempo anche la competizione europea di riserva.
Il 5-1 subito contro l’Arsenal rappresentò il culmine di una parabola negativa che caratterizzò una stagione iniziata alla grande e proseguita con una serie di clamorosi passi falsi che rendono ancora più affascinante lo studio del fenomeno nerazzurro in tutte le sue sfaccettature.
Ma analizzando con attenzione tutti gli eventi che contraddistinsero quella singolare stagione europea, si potrebbero evidenziare tre episodi costituenti una sorta di premonizione per l’avvenire nerazzurro: girone in chiaroscuro con partita risolutiva in quel di Kiev, una vittoria sorprendente in terra britannica e conquista finale della competizione a favore di un allenatore portoghese dal cognome a dir poco sospetto.
Tre indizi che, col senno di poi, fanno una prova.
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