La “pertica” d’acciaio: Sandro Mazzola
Sandro Mazzola nasce a Torino, l’8 novembre del 1942. Viene al mondo di domenica e da subito inizia a giocare con un pallone da calcio e a sbucciarsi le ginocchia come i “bimbi grandi”. Guardare le partite a bordocampo, capire da subito espressioni come “calcio d’angolo”, “calcio di punizione”, “rigore”. Il suo destino è già scritto. E come potrebbe essere diversamente? Sandro è figlio di Valentino Mazzola, il giovanissimo del “grande Torino”.
Come ogni grande storia che si rispetti, anche quella del torinese è inficiata da un’immane tragedia, quella di Superga dove suo padre e tutta la squadra del Torino furono vittime di un agghiacciante distrazione.
E’ forse brutto ma allo stesso tempo affascinante sapere che in questa tragedia, Sandro ha trovato le basi per diventare uno dei calciatori italiani più importanti di tutti i tempi.
A Torino le spese per permettere ai due fratelli Mazzola e alla vedova di Valentino di vivere senza debiti o altri pensieri, non sono coperte da nessuno. Questo spinge il ristretto nucleo familiare a trasferirsi alle porte della periferia di Milano. Non più lo stadio, ma il campo della parrocchia. Solo l’inizio di un’ascesa che ha ben altro in serbo per Sandro.
A Milano Sandro conosce il “Veleno” al secolo Benito Lorenzi. Ogni domenica, Veleno prelevava i due bimbetti per portarli allo stadio a vedere l’Inter. Il futuro di Sandro prende sempre più forma. Prima dell’esperienza nerazzurra però, per il piccolo torinese c’è una parentesi all’ l’U.S. Milanese, dove rimane però un solo anno.
A quindici anni, Sandro inizia ad allenarsi nelle giovanili dell’Inter. In questi anni incontrerà tutti i big: Peppino Meazza, Giovanni Ferrarri, Maino Neri. Ma sarà sempre il Lorenzi ad avere l’influenza più grande su di lui, educandolo allo stacanovismo nel campo e all’impertinenza fuori, perché le partite per il Lorenzi, non possono mai perdersi: “Ricordati che quando si va in campo bisogna essere convinti e sicuri della vittoria. Non pensare mai alla sconfitta”, e di questi insegnamenti Sandro ne fa sicuramente tesoro.
Non può fare altrimenti, perché l’ambiente in cui inizia a formarsi gli è totalmente ostile. Sandro è esile e ha un torace che non si addice alla presenza imponente richiesta a centrocampo. Nessuno riesce a capire le sue potenzialità e anzi tanti sparano a zero sulla sua figura: “Se quella pertica si chiamasse Rossi, non giocherebbe certamente nelle giovanili dell’Inter”.
Ma la persona che segnerà il futuro di Mazzola sta per arrivare. Il petroliero patron nerazzurro, Angelo Moratti, stanco e deluso delle sconfitte che la squadra di Milano continua a conseguire, decide di chiamare alla sua corte un mago. Il Mago.
Sarà proprio Helenio Herrera a scovare il talento di Mazzola sacrificato, nonostante la giovane età, nella Primavera nerazzurra. Dopo un po’ di osservazioni, Herrera e Moratti vedono il barlume di una nuova Inter proprio in Mazzola che in quel dannato Derby d’Italia del ’60-61, segno l’unico gol contro i nove dei bianconeri tirando quel rigore come un giocatore fatto e non come un ragazzino delle giovanili che affrontava un gigante del calcio.
Herrara allora fa una promessa a Sandro: un paio d’anni nella nerazzurra in seconda e Mazzola passerà di diritto nella prima squadra.
Detto, fatto. Dopo l’esordio nello stadio del padre, in una Torino che l’aveva accolto con un abbraccio di affetto per chi urla ancora dentro di sé una mancanza troppo forte, nel ’62-63, Mazzola entra in campo con la prima squadra deciso a dimostrare il suo valore, svincolato da ogni fantasma passato. E lo fa. I suoi 10 gol stagionali risultano essere fondamentali per lo scudetto tanto agognato da Moratti.
Seguendo i consigli di Herrera, Mazzola gioca come mezza punta per sfruttare al meglio lo scatto bruciante del quale è dotato. In pratica da uomo di regia, ruolo al quale si sente vocato, si trasforma in realizzatore del gioco altrui, costretto ad assumere quel pizzico di egoismo che il «goleador» deve avere nel proprio bagaglio tecnico.
La conquista dello scudetto permette all’Inter di accedere alla Coppa dei Campioni. Per i nerazzurri da subito una prova difficile, quella dell’Everton . I milanesi però riescono, anche se con sofferenza, ad imporsi sulla squadra numero uno di Liverpool e nel corso del torneo, Mazzola diverrà il capocannoniere del girone.
E’ una questione di tempo e la vittoria allo stracolmo Prater di Vienna assegnerà agli uomini di Herrera la vittoria della competizione, battendo un Real Madrid altrettanto valido e affamato. La prima rete, quella della fiducia è di Mazzola.
L’ultimo grande successo nerazzurro è quello del campionato post Mondiale del Messico. Poi per l’Inter sprofonda un ciclo di sconfitte. In questo macabro quadro, Mazzola ne esce menomato. Da allora in poi molti errori societari costringono Mazzola a prestazioni non certamente all’altezza del suo passato. Nella sua ultima stagione, quella del ’76-77, si eleva spessissimo a vertici di rendimento eccelsi, senza che però la squadra lo segua nelle sue intuizioni geniali.
Giocò con la maglia nerazzurra per l’ultima volta un tempo di un’amichevole a Pechino contro la nazionale cinese, il 12 giugno 1978.
Appesi i tacchetti al chiodo, ricopre qualche incarico dirigenziale nella società nerazzurra, anche come direttore sportivo prima di essere sostituito da Oriali. Dopo la piccola parentesi nella dirigenza del Torino, Sandro diventa ed è attualmente un commentatore tecnico per la Rai.
Un’esperienza difficile che avrebbe potuto essere il motivo per chiudere e non aver più niente a che fare con quel mondo indissolubilmente legato alla morte, diviene la spinta per diventare un grande. Adesso Mazzola avrebbe potuto essere tutt’altro e invece Sandrino, il Baffo, è diventato uno dei giocatori migliori al mondo, svincolandosi dal quel ricordo schiacciante del padre a cui però, con ogni rete, ha potuto urlare “Grazie”.
Leggi i commenti e partecipa al forum
Ti potrebbe interessare anche...
URL breve : http://www.canaleinter.it/?p=23514




















